Contratto il sacro vincolo del matrimonio, Giancarlo e Mina decisero di festeggiare degnamente, come da tradizione. La luna di miele si trasformò così in un tour allucinante per le bettole più malfamate d'Italia. Partirono da Roma con una Ritmo scassata, rubata al fratello di Mina, e si spinsero fino a Napoli, fermandosi in ogni trattoria, osteria, fraschetta e bar di periferia che incontravano sulla strada.
In ogni tappa organizzavano reading poetici improvvisati, scambiando versi e insulti col pubblico locale. A Frosinone finirono in una stazione di polizia per atti osceni in luogo pubblico, dopo che Mina aveva deciso di recitare le sue poesie completamente nuda sul bancone di un bar. A Cassino rischiarono il linciaggio quando Giancarlo, del tutto sbronzo, insultò la madre di un attaccabrighe locale. A Napoli al contrario i due furono accolti come eroi dei bassifondi nei Quartieri Spagnoli, dove la loro poetica degli ultimi venne celebrata come una forma d'arte rivoluzionaria. Tutto il viaggio fu testimoniato attraverso estemporanee liriche scribacchiate alla meglio su tovaglie di carta e giornali vecchi.
Sta città puzza de naftalina e santità,
come 'na nonna co' la dentiera storta.
Mi' moje mia balla nuda sur bancone,
mentre er barista chiama li gendarmi.
La poesia è 'na bestemmia ar vento,
'na bottija rotta ner cervello sfatto.
Domani saremo 'n'antra vorta in galera,
ma stasera semo artisti der peccato!
M'hanno spaccato er naso e 'a dignità,
pe' 'na battuta sulla madre der buzzurro.
Ma che ne sanno loro de poesia vera,
quella che nasce dar sangue e dar vino?
Mina urla come 'na papera 'mpazzita,
mentre scappamo via co' la Ritmo sgangherata.
L'amore è 'na scazzottata continua,
tra er core e la ragione senza freni.
Ma come tutte le cose belle, anche questa luna di fiele era destinata a finire. Dopo due mesi di bagordi e follie, i novelli sposi si ritrovarono senza una lira, con la macchina sequestrata e varie denunce per disturbo della quiete pubblica. Dovettero tornare a Roma a piedi, elemosinando passaggi e recitando poesie in cambio di un piatto di pasta.
Tornamo a casa a piedi come pezzenti,
ma ricchi de parole e de follia.
Stasera semo Re e Regina della strada,
domani saremo de nuovo barboni co' la laurea.
Mi' moje ancora crede ai dischi volanti,
io credo solo ar vino e alla miseria.
L'esistenza è 'n viaggio senza meta,
'na poesia scritta co' l'inchiostro der delirio.
Ma fu a confronto con la quotidianità più ordinaria che la convivenza tra i due geni incompresi si rivelò ben presto un inferno, per usare un gentile eufemismo. Mina passava le giornate a elaborare teorie del complotto, scrivendole con il sangue sui muri de casa, più di tutto convinta che i vicini fossero in realtà alieni infiltrati. Giancarlo, dal canto suo, sprofondava sempre di più nell'alcol, arrivando a sostenere che il vino fosse l'unico inchiostro degno per comporre le sue opere.
Le teorie di Mina, un mix esplosivo di paranoia cosmica e poesia primordiale, apparivano talmente bislacche da far sembrare ragionevole persino il delirio etilico del marito.
Il suo punto forte, quello che ripeteva a chiunque avesse la sfortuna di incrociarla per strada, riguardava i piccioni di Roma. Secondo la donna, questi volatili non erano altro che sofisticati dispositivi di sorveglianza creati dalla CIA in collaborazione con il Vaticano. "Li vedete come stanno fermi sui cornicioni?" urlava ai passanti. "È perché stanno ricaricando le batterie attraverso i raggi solari! E quelle che noi chiamiamo cacate? Microfilm con informazioni segrete che vengono raccolte da agenti infiltrati travestiti da netturbini!"
Giancarlo, nei suoi rari momenti di lucidità, cercava di farla ragionare: "A Mì, ma che stai a dì? Li piccioni so' piccioni e basta! Al massimo so' topi co' le ali!"
Ma lei non sentiva ragioni, e anzi aveva pure scritto un'opera in versi intitolata L'infiltrato pennuto, dove descriveva nei minimi dettagli il presunto programma segreto:
Sulla cupola de San Pietro
se radunano li spioni,
ma nun so' mica piccioni,
so' robot der ministero!
Sotto le piume nascondono
microspie e registratori,
pe' spiare tutti i cori
dei romani ignari e fresconi!
Un'altra delle sue ipotesi favorite riguardava l'allunaggio del 1969. Lei non solo era sicura che l'uomo non fosse mai andato sulla Luna, ma sosteneva che l'intero programma spaziale fosse una copertura per nascondere l'esistenza di una civiltà di lucertoloni superintelligenti che vivevano nel sottosuolo di Subaugusta. Secondo Mina, Stanley Kubrick non aveva girato il finto allunaggio (come sostengono da sempre i complottisti "classici"), ma stava in realtà documentando le attività di questi rettiliani per un documentario che non vide mai la luce perché "la lobby dei lucertoloni" lo fece sparire.
"Lo sai perché Kubrick poi ha girato Shining?" spiegava a chiunque si fermasse ad ascoltarla fuori dal bar San Calisto. "È un messaggio in codice! La stanza 237 rappresenta la distanza in milioni di chilometri tra la Terra e il pianeta dei rettiliani! E il labirinto finale? È una mappa del bunker sotto Subaugusta!"
Giancarlo, che ormai aveva imparato a gestire le sue crisi mistiche, di solito rispondeva: "A Mì, ma non sarà che hai bevuto troppa sambuca pure te?"
Ma il delirio più elaborato di Mina riguardava i trasporti pubblici di Roma. Era fermamente convinta che i ritardi e i continui guasti della metro non fossero dovuti all'inefficienza cronica dei treni, ma facessero parte di un elaborato piano alieno per studiare le reazioni umane degli individui sottoposti allo stress estremo.
"Li extraterrestri," pontificava nel bel mezzo dei reading poetici al Bertone Petrone, disegnando schemi incomprensibili sui tovagliolini del bar, "hanno infiltrato li loro agenti come controllori ATAC! Ogni volta che la metro se rompe nel tunnel, è perché stanno prelevando campioni dell'aura dei passeggeri incazzati! È tutto documentato nel Rapporto Silvestrini!"
"Ma che è 'sto Rapporto Silvestrini?" le chiedevano gli astanti.
"Quello scritto nel 1977 dal ragionere Toni Silvestrini, ragioniere diplomato e membro dei servizi segreti del Vaticano, prima de sparì misteriosamente durante un blackout sulla linea A!"
Quando pazientemente le facevano notare che non esisteva nessun geometra Silvestrini, lei ribatteva che era proprio questa la prova definitiva del complotto: "L'hanno cancellato dalla storia! Hanno fatto sparì pure er suo diploma de ragioniere, come il documentario de Kubrik! Ma io c'ho le prove!" E tirava fuori dalla borsa un foglio spiegazzato pieno di scarabocchi incomprensibili che, secondo lei, erano "appunti in codice alieno".
Certo questo comportamento, oltre ad accrescere lo scoperto della coppia al bar, non aiutò la serenità della loro vita matrimoniale, e così la relazione dei coniugi Mobrini fu presto messa a dura prova dalle problematiche di entrambi. Le loro litigate divennero epiche, una miscela esplosiva di citazioni letterarie e insulti da osteria:
"Sei 'na putrida carcassa de poeta fallito!" urlava Mina.
"E tu 'na Saffo dei poveri co' er cervello ammuffito!" replicava Giancarlo.
"Come osi, mediocre epigono de Trilussa?"
"Taci, pallida imitazione de Emily Dickinson de Torre Angela!"
Spesso i litigi finivano con lanci di libri, bottiglie vuote e fogli di poesie stracciati e appallottolati. I vicini erano terrorizzati da quella coppia di pazzi e più di una volta, tanto per cambiare, chiamarono la polizia, che fra l'altro ormai conosceva a memoria l'indirizzo.
Intanto, nei versi sempre più cupi di Mobrini, si rifletteva la delusione rispetto all'illusione dell'amore e, più in generale, il desiderio di mollare tutto:
V'ho amate come se ama er vino:
co' passione cieca e sete infinita.
Marinella, Mina, e l'altre,
siete state poesie mai finite.
Mo' ve guardo come statue ar museo,
fredde, belle, ma senza più vita.
L'amore è 'n libro che non leggerò più,
'na bottija vuota che non riempirò.
Solo come 'n lampione ar Pigneto,
illumino er buio co' parole sporche.
Le donne passano e non se fermano più,
sanno che so' velenoso come 'n serpente.
Me resta solo er vino pe' compagnia,
fedele amante che non tradisce mai.
La poesia è l'unica femmina sincera,
ma pure lei te spezza er core ogni sera.
Ma la goccia che fece davvero traboccare il vaso fu quando Mina, in preda a un delirio mistico, decise di dare fuoco a tutte le opere di Mobrini, convinta che dalle ceneri sarebbe nata "la fenice della vera poesia". Giancarlo la trovò in cortile mentre ballava seminuda intorno a un falò fatto coi suoi manoscritti.
"Brucia, brucia!" urlava lei come una forsennata.
Giancarlo, in un certo senso per nulla sorpreso, la guardò con un misto di pietà e disgusto. Poi, senza dire una parola, fece le valigie e se ne andò, lasciando Mina a ballare intorno al fuoco della sua follia, mentre si sentivano avvicinarsi le sirene dei vigili del fuoco e dei carabinieri.
Passarono anni prima che Mobrini riuscisse a superare il trauma del matrimonio con Mina. Si buttò a capofitto nell'alcol e nella poesia più oscura e nichilista, rifiutando qualsiasi forma d'amore o affetto. Le donne, per lui, diventarono solo argomento di versi amari e sarcastici, creature mitologiche da osservare da lontano come se fossero, come appunto scrisse più volte, statue in un museo.
Stanotte so' tornati tutti li fantasmi,
a ballà er valzer nella testa mia già fracica.
Marinella co' li capelli rossi come er foco,
Mina co' l'occhi pazzi pieni de stelle morte.
Ballano come marionette senza fili,
sopra la tomba della gioventù mia sepolta.
Ve vedo ancora, creature der delirio,
anime perse nel labirinto della follia.
Una me prometteva amore eterno,
mentre se scopava er commercialista.
L'altra bruciava er monno pe' pulirlo,
convinta che li marziani ce spiavano.
Ho visto l'amore crepà come 'n cane randagio,
tra li cassonetti puzzolenti della vita mia.
L'ho visto contorcese come 'n verme ar sole,
mentre la follia je magnava er cervello da vivo.
Ogni donna che ho amato era 'na bucia,
'na maschera de carnevale sur viso della morte.
Ogni bacio era veleno dolce come er miele,
ogni carezza 'na cortellata nell'anima.
L'amore è 'n circo de mostri e acrobati,
dove er pagliaccio ride mentre more dentro.
Me ricordo ancora er primo bacio de Marinella,
sapeva de vino rosso e libertà rubata.
Me ricordo l'urla de Mina nella notte nera,
mentre bruciava li versi miei come 'na strega antica.
L'amore è 'na malattia senza cura,
'n virus che te rode l'anima piano piano,
te fa crede d'esse 'n poeta immortale,
e poi te butta nella fogna come 'n topo morto.
Te fa sognà paradisi de cartapesta,
e te sveja nell'inferno della realtà nuda e cruda.
Ho provato a esse romantico come Leopardi,
ma ar posto della luna c'avevo solo er neon dei bar.
Ho cercato la musa come faceva Byron,
ma ho trovato solo pazze fuori de testa.
Ho voluto cantà l'amore come Petrarca,
ma la mia Laura era 'na bottija de Tavernello.
Mo basta co' 'ste fregnacce sentimentali,
er core mio s'è prosciugato come 'n fiume d'estate.
Restano solo le parole amare sulla carta,
come vomito de poeta sulla strada deserta.
L'amore è morto, e io so' er becchino
che je scava la fossa co' versi storti.
E la strada è lunga e piena de buche,
come er core mio spaccato in mille pezzi.
Cammino solo nella notte senza fine,
co' 'na bottija come unica compagna.
L'ombre se allungano sui muri sporchi,
come li rimpianti che me porto appresso.
Me fermo davanti ar cesso der bar,
specchio fedele della vita mia sfatta.
Vedo 'na faccia che non riconosco più,
'n poeta de borgata senza più versi da dì.
L'amore è morto, e co' lui è morta pure
quella parte de me che ancora ce credeva.
Lascio 'ste parole come testamento amaro,
pe' chi ancora crede alle favole d'amore.
Nun fidateve mai de 'n core che batte,
è solo 'n muscolo traditore che pompa sangue.
La verità sta nella bottija vota,
nel silenzio della notte che nun finisce mai.