Spurgare le emozioni
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Spurgare le emozioni

 

Lo Sfregiato timbra il cartellino in uscita e fa per andarsene, ma avverte la guancia destra bagnata. Si tasta con le dita: sulla cicatrice c’è pus. Torna nel capannone e usa il bagno. Passando saluta i colleghi rimasti, anche loro operai addetti al carico e scarico merci. Il gabinetto è minuscolo e sudicio dopo la giornata di lavoro. Lo Sfregiato si lava le mani e tampona la vecchia ferita con due fogli di carta igienica imbevuti d’acqua. Mentre si asciuga getta uno sguardo al calendario appeso sul lavabo: è venerdì. Ecco perché, pensa lo Sfregiato.

Guidando verso casa si ferma in una rosticceria e compra due stinchi di maiale al forno con patate. Rientra, si toglie le scarpe antinfortunistiche, butta la tuta sporca nella cesta dei panni, fa una doccia e indossa il pigiama. Bussa in camera della figlia, le dice che la cena è pronta e aspetta la risposta fissando la porta di legno, ma riceve soltanto silenzio. Forse sta ancora studiando per l’esame di anatomia, riflette tra sé e sé lo Sfregiato.

In cucina apparecchia la tavola, apre le buste della cena e accende la TV. È l’ora dei quiz. La figlia arriva trascinando i piedi, sbadiglia, si siede e guarda gli stinchi con aria schifata. Tira su col naso e agita la mano davanti al viso come a voler scacciare un cattivo odore.

«Che c’è? Non ti piace?» chiede Lo Sfregiato.

«Mangiamo sempre carne.»

«La prossima volta vai tu a fare la spesa o dove ti pare.»

Mangiano senza parlare. Si sentono solo lo sferragliare delle posate sulla porcellana, la masticazione rumorosa dello Sfregiato, il vino che gli attraversa la gola, ogni tanto un rutto o una risata per ciò che accade nel quiz televisivo. Adesso è il turno dei nuovi concorrenti.

«Mi chiamo Maria. E sono una dipendente pubblica» dice una.

«Ecco un’altra che vive a spese nostre!» urla lo Sfregiato con la bocca piena.

Un pezzo di stico gli cade dalle labbra. Lui lo raccoglie e se lo rimette in bocca. La figlia mangia con gli occhi bassi.

«Noi paghiamo le tasse per mantenerli e loro vanno a fare i quiz alla televisione!» continua lo Sfregiato.

«Ti sta uscendo pus dalla cicatrice» dice la figlia allontanando il piatto ancora pieno.

«E allora girati di là!»

La figlia prende lo smartphone e inizia a scorrere un video dopo l’altro su TikTok. Lo Sfregiato si alza e va a chiudersi in bagno. Non ne può più della ferita che comincia a suppurare ogni volta che dentro di lui si agita qualcosa di diverso dalla rabbia. Se è felice, esce pus. Se è triste, lo stesso. Eppure è un taglio vecchio di cinquant’anni, una piaga che gli percorre la guancia destra da sotto l’occhio fino all’altezza della bocca.

Nessun medico è mai riuscito a spiegare come una ferita chiusa da tanto tempo possa ancora produrre pus. Lo Sfregiato ripone qualche speranza nella figlia, studentessa di medicina, ma a volte gli sembra che per lei sia indifferente se lui sia vivo o morto. Se sparissi neanche mi cercherebbe, pensa lo Sfregiato davanti allo specchio del bagno. In sottofondo sente ancora il quiz televisivo.

Si lava la ferita e la strofina con l’asciugamano di spugna, prima piano, poi con forza, come se volesse strapparsela. Alla fine sferra un pugno al lavandino, attutito dallo spessore del tessuto. Lo sguardo gli cade sulla lametta che usa per farsi la barba una volta a settimana e dà un altro pugno, stavolta alla lavatrice.

La signora alla TV gli ha ricordato che anche lui sarebbe voluto diventare un dipendente pubblico, un poliziotto, per l’esattezza, ma la ferita che gli ha procurato il padre quando aveva sei anni l’ha reso inadatto a entrare nelle forze dell’ordine. Lo hanno rifiutato in tutti i concorsi che ha tentato. Nemmeno come muratore andava bene, perché i medici dicevano che la cicatrice non poteva stare troppe ore esposta al sole. Ed è finito a fare l’operaio, con la schiena spezzata e i calli alle mani, sempre stanco e arrabbiato. L’ira è l’unica emozione che riesce a esprimere. Le altre le ha risucchiate il taglio e quando vuole le risputa sotto forma di pus. Una cicatrice suppurante è il suo mezzo di manifestare i sentimenti. Non prova emozioni, le spurga.

Lo chiamano tutti lo Sfregiato. Parecchi suoi amici neanche conoscono il suo vero nome e pure lui quasi non se lo ricorda più. Ad affibbiargli quel soprannome è stato un suo compagno delle elementari. Lo ha visto entrare in classe con i punti sul viso e ha esclamato: «Ecco lo sfregiato!».

Il padre l’ha aggredito una mattina che aveva iniziato a bere prima del solito. Si stava radendo per andare al lavoro, preparava caffè e cappuccini al bar della stazione. Lo Sfregiato si pettinava i capelli, il suo rituale prima delle lezioni.

«E basta a spazzolarti! Non sarai mica finocchio?» ha gridato il padre.

Lo Sfregiato non ha risposto, era abituato a certe scenate. Il padre continuava a urlargli contro, lo Sfregiato lo ignorava, si passava il pettine tra le ciocche biondicce, prima a destra, poi a sinistra, infine dietro. Dopo ricominciava. Di colpo il pettine gli è volato dalle mani, scaraventato a terra dal padre.

«Quella puttana di tua madre non ti ha insegnato a rispondere prima di scappare con il calzolaio? Non ti ha insegnato l’educazione?»

Il viso del padre è a pochi centimetri da quello dello Sfregiato. Il bambino lo guarda negli occhi, trema, gli scende una lacrima, ma si ostina a non dire niente. Il padre gli molla uno schiaffo a mano aperta sulla guancia destra, poi gliela apre con la lametta. E inizia a ridere.

Lo Sfregiato non ricorda nient’altro di quella giornata. La sua memoria riprende dalla mattina in cui ha messo piede a scuola con i punti in faccia. Da lì mai una risata, mai un pianto. Solo attacchi di rabbia e un viso sfigurato, brutto, sporco di pus. Nella prima foto in cui tiene in braccio sua figlia ha la guancia ricoperta di materia gialla, ma non sorride.

Torna in cucina e si siede al tavolo, ricomincia a mangiare lo stinco e le patate fredde. La figlia guarda ancora i video sullo smartphone, la TV è accesa sul telegiornale della sera. Lo Sfregiato beve un sorso di vino e percepisce un sapore salato in bocca. Pensa subito alla ferita, ma non c’è traccia di pus. Si tocca gli occhi, gli zigomi, le guance: sta piangendo. Finisce il piatto ingoiando anche le lacrime. È un dolore muto, timido, segnato da una prigionia lunga e crudele.

Si alza per sparecchiare. Davanti al lavello si ferma e si asciuga le lacrime con lo strofinaccio rivolto verso il muro. Poi si gira, emette una specie di grugnito per attirare l’attenzione della figlia. Lei alza gli occhi dal telefono, lo osserva con un’espressione interrogativa. Lo Sfregiato ha ripreso a piangere. Si passa la manica del pigiama sulle guance e modella la bocca in un sorriso.

«Scusa se prima ho urlato» dice.

 

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