Il tempo di un sospiro
Featured

Il tempo di un sospiro

 

In questi anni contemporanei così affastellati di eventi e predizioni, eccitanti e foschi allo stesso tempo, le voci più disparate si rincorrono e sembrano sovrapporsi con i confini dell'ipotizzabile. Il campo scientifico non è esente da tale furore inventivo e divulgatore, e chi può dire oggi se tutto questo sia un bene o un male. Forse i posteri, in un giorno futuro, ammesso che esisteranno i posteri e i giorni futuri, sapranno dare un giudizio ponderato su questi tempi tumultuosi.

Pare ad esempio che, negli ultimi mesi, una nota clinica privata abbia iniziato a sperimentare l'ennesimo dispositivo rivoluzionario, capace di misurare con esattezza quasi matematica la quantità di sofferenza umana. Nei test di laboratorio il piccolo marchingegno viene chiamato informalmente Orologio dei Sospiri, anche se si lavora già a un nome più accattivante in vista del lancio sul mercato.

Questo congegno è, nelle intenzioni dei suoi creatori, il primo strumento oggettivo in grado di tradurre in cifre ciò che fino a oggi era rimasto dominio incontrastato della poesia e della filosofia. Esternamente, si presenta come un oggetto semplice: un quadrante circolare di metallo opaco, privo di numeri, attraversato da un’unica lancetta che oscilla silenziosa tra lo zero e il cento. L’unico elemento in apparenza insolito è una minuscola ventola montata sul retro, che gira impercettibilmente ogni volta che capta un respiro.

Il principio su cui si basa è tanto elementare quanto inquietante: secondo gli inventori infatti ogni sospiro emesso dall’uomo corrisponderebbe a una frazione precisa di dolore, e accumulandosi nel tempo potrebbe essere quantificato con la stessa precisione con cui si misura la febbre o la pressione sanguigna. «Non siamo i primi a notare il legame tra sofferenza e respiro», spiega il professor Varelli, uno dei neurologi coinvolti nel progetto. «Basta pensare a quante volte, nel linguaggio comune, diciamo che qualcosa ci “ha tolto il fiato” o ci “ha fatto sospirare di dolore”. Noi abbiamo semplicemente trovato il modo di registrarlo.»

Dopo anni di osservazioni e calcoli, il team ha stabilito una scala universale. Un individuo in condizioni normali, senza particolari turbamenti, emette in media dodici sospiri inconsapevoli all’ora. Tra i venti e i trenta, si entra in una zona di lieve malinconia, quella che un tempo si sarebbe banalmente definita una giornata storta. Superati i trenta, la tristezza diventa tangibile, fisica, come un peso sul petto. A cinquanta, la lancetta dell’orologio assume un colore rosso acceso, segnalando ciò che i medici chiamano ormai sofferenza acuta e che richiede, se non un intervento, almeno una pausa, un bicchiere d'acqua, una camminata all’aperto, una carrellata di reel su instagram. Oltre gli ottanta, il paziente viene considerato in pericolo, e le strutture più all’avanguardia saranno in grado di procedere con sedativi mirati o sessioni d’urgenza di terapia cognitiva.

Ma come spesso accade con le invenzioni destinate a misurare l’umano, le problematiche non tardano a emergere. Alcuni individui, per ragioni ancora ignote, producono meno sospiri del previsto pur manifestando un dolore evidente, quasi fossero capaci di comprimere la sofferenza in un angolo remoto dei polmoni. Altri al contrario sembrano svuotarsi ininterrottamente senza mai raggiungere livelli critici, come se il loro dolore fosse diluito in un respiro senza fine. Vi sono poi casi che lasciano perplessi anche i ricercatori più esperti del progetto: certi anziani, per esempio, accumulano sospiri a ritmo costante, come un pendolo a carica lenta, mentre al contrario i bambini li rilasciano a raffiche improvvise, brevi temporali estivi che si dissipano nel giro di pochi minuti.

La vera sorpresa però è arrivata quando alcuni assistenti, quasi per scherzo, hanno posizionato l’orologio accanto a persone autodichiaratesi felici. Una donna appena sposata, ancora sorridente per il brindisi, ha superato i quaranta. Un uomo che solo poche ore prima aveva vinto una ingente somma al gratta&vinci si è attestato sui sessantacinque, un livello che in altri contesti avrebbe giustificato l’intervento dello psicologo. Persino un gruppo di studenti in vacanza, brilli e ridanciani su una spiaggia al tramonto, ha mantenuto una media di venticinque sospiri all’ora, ben al di sopra della norma.

Questi risultati hanno portato a una nuova, scomoda ipotesi: che il sospiro non misuri soltanto il dolore in senso stretto, ma qualcosa di più vasto e sfuggente. Forse il peso stesso dell’esistenza, l’attrito invisibile tra l’anima e il mondo. Oppure, come suggerisce una teoria minoritaria fra gli studiosi della materia, potrebbe esserci un errore di fondo sin dall’inizio: e se il sospiro non fosse il sintomo della sofferenza, ma il suo sollievo momentaneo? Cioè un modo per espellere, frammento dopo frammento, ciò che altrimenti ci schiaccerebbe?

Se questi dubbi verranno dissipati e il dispositivo perfezionato – e tutto lascia credere che accadrà presto, si sa come funzionano in questi ambiti i piani di rientro degli investimenti – le applicazioni potrebbero essere infinite. Già si parla di tribunali in cui, al posto delle testimonianze, si misurerà il sospiro degli imputati per stabilirne la colpevolezza o l'innocenza. O di ospedali dove le diagnosi si baseranno non sui sintomi descritti, ma sull’oscillazione di una lancetta. C’è chi immagina coppie che, prima di un bacio, oltre alle analisi del sangue controlleranno i reciproci sospiri per assicurarsi di non gravare troppo l’uno sull’altro, oppure genitori che monitoreranno i figli adolescenti come oggi si fa con la febbre, pronti a intervenire al primo segnale rosso.

E qui sorge l’ultima, inevitabile domanda: cosa accadrà quando l’uomo si abituerà a vedere la propria angoscia tradotta in numeri? Quando imparerà a leggere il dolore con la stessa naturalezza con cui oggi legge l’ora? Forse smetterà di chiedersene il motivo, convinto che una lancetta possa spiegargli tutto. O forse, al contrario, inizierà a sospirare ancora più spesso, solo per vedere quanto lontano può spingersi l’ago.

 

Related Articles